Bisogno Daniel Javier
BISOGNO DANIEL JAVIER | ||||
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NOME | BISOGNO DANIEL JAVIER | |||
NATO A | MONTEVIDEO (URUGUAY) | |||
IL | 31.01.1976 | |||
RUOLO | TREQUARTISTA | |||
ALTEZZA | – | |||
PESO | – | |||
CARRIERA | ||||
STAGIONE | SQUADRA | LEGA | PRESENZE | RETI |
1996-1998 | DEFENSOR SPORTING | PRIMERA DIVISION | 17 | – |
1998-1999 | SUDAMERICA | SECUNDA DIVISION | 28 | 15 |
1999-2000 | ATLETICO BASANEZ | SECUNDA DIVISION | 30 | 5 |
2000-2001 | SALUS | SECUNDA DIVISION | 24 | 9 |
2001-2002 | FANFULLA | SERIE D | 15 | 3 |
2002-2003 | FANFULLA | SERIE D | 22 | 1 |
2003-2004 | IMPERIA | SERIE D | 25 | 9 |
2004-2005 | IMPERIA | ECCELLENZA | 10 | 4 |
GEN 2005 | NUOVA BOVOLONE | ECCELLENZA | 13 | – |
2005-2006 | CASTELSARDO | ECCELLENZA | 6 | 3 |
DIC 2005 | BUDONI | ECCELLENZA | 14 | 2 |
2006-2007 | QUARTU2000 | ECCELLENZA | 19 | 3 |
2007-2008 | QUARTU2000 | ECCELLENZA | 11 | 3 |
DIC 2007 | PORTOCORALLO | ECCELLENZA | 13 | 2 |
2008-2009 | NUORESE | PROMOZIONE | 10 | 3 |
DIC 2008 | CARBONIA | ECCELLENZA | – | – |
2009-2010 | BARISARDO | PROMOZIONE | – | – |
2010-2011 | BARISARDO | PROMOZIONE | – | – |
RASSEGNA STAMPA
…) BUDONI – l’Uruguagio con passaporto italiano Daniel Bisogno, ha dimostrato tutto il suo valore risultando il migliore in campo al suo esordio domenica scorsa. Si tratta di un trequartista arrivato in Italia nel 2001 al Fiorenzuola assieme a un folto gruppo di sudamericani. Di lui si dice (e lo ha in parte dimostrato) che abbia la genialità di uno Schiaffino e che col pallone tra i piedi ci sa davvero fare: Basta chiedere ai tifosi della Dossenina di Lodi, quando giocava con la maglia bianconera del Fanfulla oppure a quelli di Imperia, due delle piazze in serie D calcate da Daniel Bisogno.
Tratto da La Nuova Sardegna 29-12-2005
FINALE PLAY OFF QUARTU 2000-BUDONI
(…) tra i giocatori che sentivano di più questa partita c’era Daniel Bisogno. Questo giocatore l’anno scorso ha indossato la maglia del Budoni e perciò quando mister Pani durante l’intervallo gli ha detto di riscaldarsi per entrare nella ripresa, lui è apparso abbastanza carico tanto che qualche dirigente presente negli spogliatoi gli ha pronosticato il gol. E lui ci ha creduto, è andato a battere quel penalty che ha riaperto la partita e con la sua vivacità in mezzo al terreno di gioco ha messo qualche scompiglio tra i suoi ex compagni di squadra.
Tratto da La Nuova Sardegna 14-05-2007
Daniel ‘Cucciolo’ Bisogno gioca oggi nell’Imperia, in serie D. Dieci anni fa si allenava come riserva della Seleccion uruguagia insieme a Fonseca, Recoba, O’Neill. Poi un infortunio a una caviglia…
Non solo ricchi e felici; ci sono anche calciatori inquieti e mal pagati. Le invidie e le ammirazioni toccano solo le vette dell’iceberg, ma più si scende di categoria e più, per i tanti ignoti e misconosciuti atleti, diventa difficile arrabattarsi, coi soldi soprattutto.
Poi ci sono i giovani illusi: gli stranieri del calcio minore, i giovani scovati negli angoli più distanti del mondo, e catturati con la promessa dell’Eldorado del calcio italiano.
Ne ho conosciuto uno, condividendo con lui una bella, importante, costruttiva amicizia. Si chiama Daniel Bisogno, soprannominato, per le sembianze fisiche di eterno fanciullo, “Cucciolo” dal nostro zio Athos , che ne ha scritto sulla stampa locale, nei due anni che Daniel ha giocato nella Bassa padana.
Adesso “Cucciolo” Bisogno gioca nell’Imperia, campionato di serie D, girone E.
Daniel è un ragazzo uruguaiano; dieci anni fa s’allenava, pur come riserva delle riserve, nella Selección del suo paese, in compagnia di un più illustre Daniel, Fonseca, di Recoba, O’Neill, e tanti altri: era, come usa dire, una giovane promessa. Poi un infortunio alla caviglia lo costrinse ad una lunga, maledettissima assenza: quando tornò in campo, la testa non comandava più gli estri del piede; lo avrebbe confessato soltanto anni dopo, ma Daniel aveva paura, era bloccato dall’idea di farsi nuovamente male, di compromettere definitivamente, con un nuovo imprevedibile infortunio, il proprio percorso di calciatore. Fu una paura che lo attanagliò inconsciamente per parecchio tempo e lo costrinse ai margini del calcio. Daniel però sapeva di essere bravo, e solo col pallone tra i piedi si sentiva vivo e forte: decise così di emigrare, per liberarsi dagli incubi, dai pregiudizi, e di una fama, quella del timoroso, che sentiva non appartenergli. Andò in Messico e si prese le sue belle soddisfazioni, vincendo il titolo di capocannoniere nel torneo di seconda divisione.
Era una scommessa che vinceva con se stesso, e che lo scuoteva, galvanizzandolo nel tentare una nuova impresa: giocare in Italia. Qualcuno, infatti, lo chiamò. E lui corse: gli avevano promesso che avrebbe giocato in serie C. I suoi procuratori, tuttavia, non raggiunsero l’accordo con la società che s’era impegnata e lo dirottarono altrove, dove però non fu possibile, neanche questa volta, procedere al tesseramento, sino a quando non spinsero Daniel a Lodi, in una società, il Fanfulla, di nobili tradizioni, sani comportamenti, e ferma etica.
Daniel voleva vincere la sua sfida: confermarsi un giocatore vero. I tempi della Selección erano ormai lontani, ma c’era una ferita da rimarginare; soltanto affermandosi in Italia avrebbe potuto riconciliarsi con il suo paese, con chi non l’aveva saputo aspettare quando era in crisi, morso dalle paure, bloccato dall’ansia, intimorito che tutto, proprio tutto, fosse stato già perduto.
Quando prese a giocare con la maglia bianconera del Fanfulla, mancava di fiato: per mesi era stato costretto a seguire le vicende amministrative delle società a cui era stato promesso, e il campo di calcio era solo un’utopia.
Nei momenti di dubbio e smarrimento, estraeva dal portafoglio la fotografia di un suo zio: Juan Alberto Schiaffino. Gli serviva come talismano, perché quella stampa un po’ ingiallita e un po’ sgualcita aveva per il suo cuore un potere taumaturgico: il sangue non è acqua, pareva ripetere a se stesso, dimenticando però che lo zio era acquisito, e non un consanguineo diretto.
Con la squadra del Fanfulla, finalmente, rivelava sprazzi di intelligenza sopraffina, ma privi di costanza. La compagine lodigiana, in crisi, non poteva attenderlo: ma Daniel Bisogno seppe costruire la sua tela di rivincite, e alla fine convinse l’allenatore, Gianpaolo Chierico, timoniere dal naso lungo e dallo sguardo intelligente, e che ne aveva intuito la classe senza avere poi il coraggio iniziale di scommettere su di lui il tutto per tutto.
Daniel Bisogno seppe accendere di entusiasmi un pubblico corretto, competente, ma abulico e apatico come pochi. Quando stava in panchina, dagli spalti si udiva invocare il suo nome, al suo ingresso in campo erano scrosci d’applausi per i suoi lanci millimetrici, i cambi di gioco, le aperture intelligenti, i dribbling felpati, e quelle pause, quell’improvviso estraniarsi che solo i veri grandi campioni possiedono.
Ora Daniel Bisogno va per la trentina: ha avuto dal calcio quello che poteva ottenere, sa lui in cuor suo se poco o tanto. Ma ha vinto la battaglia sui rimpianti e sulle melanconie: è tornato a fare magie col pallone tra i piedi, e sa di avere un tifoso, in un luogo che lui immagina, capace di prendere un aereo, per andare ad applaudirlo ovunque, proprio in qualunque parte del mondo, prima che concluda la sua carriera.